Quegli 800 candidati improponibili

Sul sito del quotidiano La Stampa (stampa.it), domenica 14 novembre è stato pubblicato un articolo di Guido Ruotolo piuttosto illuminante. Si parla dei candidati  “indegni”, già segnalati da Pisanu lo scorso ottobre. Ignorando il codice etico proposto dalla Commissione antimafia prima delle elezioni, circa ottocento persone sono state messe in lista da diversi partiti anche se avevano precedenti con la giustizia. Tutto si è svolto con i parametri di sempre. Consiglieri e assessori regionali, comunali, provinciali, ma anche colletti bianchi invischiati in affari sporchi, alcuni considerati vicini alle organizzazioni criminali, altri perfino parenti di uomini delle cosche; nei casi meno gravi accusati o condannati per reati di corruzione e concussione.

Ecco uno stralcio dell’articolo.

Ottocento e passa cittadini che hanno avuto problemi con la giustizia, con l’illecito, con la violazione penale di norme e codici, alle ultime elezioni regionali, provinciali e comunali si sono candidati. E non c’è stato nessun filtro, i partiti li hanno candidati. In molti casi facendoli eleggere.

Il punto non è sapere quanti ce l’hanno fatta. I nomi degli ottocento non li conosceremo mai. C’è di mezzo anche la Privacy. Il loro elenco è arrivato a palazzo san Macuto: i nominativi sono stati trasmessi da tutte le prefetture. E il presidente dell’Antimafia, Beppe Pisanu, quei nomi li ha chiusi in cassaforte.

Solo per quaranta, anzi per trentanove, c’è la possibilità che vengano resi pubblici. Lo chiedono diversi componenti dell’ufficio di presidenza della commissione di palazzo san Macuto. E lo schieramento è bipartisan: da Fabio Granata (Fli) a Laura Garavini (Pd), ad Angela Napoli (Fli) e Luigi Li Gotti (Idv).

I trentanove sono i candidati che hanno violato il codice di autoregolamentazione approvato dall’Antimafia e sottoscritto dai partiti, da tutti i partiti. E la prossima settimana l’ufficio di presidenza di san Macuto potrebbe decidere la discovery in Parlamento.

Gli ottocento candidati sono stati segnalati dalle prefetture perché coinvolti in contenziosi, in procedimenti penali, civili. Sembra, secondo alcune indiscrezioni, che circa trecento sono quelli nei confronti dei quali si sono avviate indagini, svolti processi, comminate condanne per reati penali: da truffa ad appropriazione indebita, da calunnia a diffamazione.

«Indegni candidati», li ha definiti Beppe Pisanu, il presidente dell’Antimafia. Ma anche «indegni partiti» che non hanno vigilato o che sapevano e hanno taciuto. In questo caso il numero è il problema, al di là delle tipologie di reati che i candidati hanno commesso. Un esercito di ottocento «indegni» hanno lottato per essere eletti.

Ci sono i casi più gravi: 39 candidati che hanno violato il Codice, approvato nel febbraio scorso da tutti i partiti, dell’Antimafia. Cosa prevedeva il testo? Che non poteva candidarsi chi era stato colpito da una misura cautelare non revocata o annullata, chi era stato processato, condannato anche in via non definitiva per i seguenti reati: associazione mafiosa, estorsione, usura, riciclaggio, impiego di denari di provenienza illecita, trasferimento fraudolento di valori. Oppure chi era stato perseguito per reati patrimoniali o per traffico illecito di rifiuti.

Questo codice etico semplicemente è stato disatteso. Sarà interessante conoscere le regioni di provenienza. Il dramma è che l’Italia si sta unificando, da questo punto di vista. L’ultimo sindaco arrestato per mafia è di un paese in provincia di Pavia, Borgarello

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