Mostruosamente umano

Assegnato a Paolo Villaggio il “Premio alla Carriera” Città di Vigevano

Il 17 ottobre il comico genovese sarà in città per ritirare il premio. Ne abbiamo approfittato per conoscere “l’altra faccia del Villaggio”.

villaggioLa cattiveria, come si sa, è un’arte raffinata. A essere buoni son capaci tutti, ma vivere all’insegna del politicamente scorretto, non è da tutti. Paolo Villaggio ci riesce, e senza neanche tirar fuori tutto l’armamentario delle provocazioni. Una cattiveria usata, però, per svelare le meschinità della vita. La televisione c’è l’ha sempre descritto come un disturbatore, uno sbeffeggiatore di professione, ma in realtà questo grande attore genovese nasconde tante anime. Non solo attore, ma anche scrittore, regista, giornalista e autore dei testi di due tra le più celebri canzoni dell’amico Fabrizio de André: Il fannullone e Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers.

I suoi personaggi tragicomici sono entrati nell’immaginario collettivo di generazioni di italiani: il professor Krantz, il ragionier Giandomenico Fracchia e, infine, colui che è diventato l’“icona” dell’impiegato medio, emblematica vittima della perversa macchina aziendale, il ragionier Ugo Fantozzi. Ma, non dimentichiamolo, prima di diventare un personaggio cinematografico, Fantozzi è stato il protagonista di ben sette libri di racconti a partire dal primo Fantozzi del 1971 per arrivare a Fantozzi saluta e se ne va: le ultime lettere del rag. Ugo Fantozzi del 1994. Racconti di cui Paolo Villaggio, e chi se non lui, è l’autore.

Ai molti riconoscimenti già ricevuti (fra cui due David di Donatello, un Leone d’oro e un Pardo d’oro) si aggiunge ora il premio nazionale alla carriera Città di Vigevano 2009. Villaggio sarà al Teatro Cagnoni il prossimo 17 ottobre per ritirare il premio conferitogli dalla nostra città.

L’intervista che trovate qui sotto è un modo semplice per conoscere un’altra faccia di Villaggio, sicuramente non distorta dal tubo catodico, per svelare a poco a poco alcuni suoi lati mostruosamente umani.

Esiste un Paolo Villaggio di ieri e uno di oggi?

«Esisteva un Paolo Villaggio che faceva tantissimi film, di cui alcuni di grande successo, che scriveva per l’“Europeo” (la Domenica di Fantozzi) e collaborava per “Paese Sera” e l’“Unità”, ma soprattutto scriveva libri tradotti in mezzo mondo (Spagna, Francia, America Latina ecc.). Adesso c’è un Paolo Villaggio che fa moltissimi film in meno, che ogni tanto si diverte a fare teatro (l’Avaro di Molière, il monologo autobiografico Delirio di un povero vecchio) e vivacchia scrivendo qualche libro leggermente diverso dalla media (l’ultimo è Storie di donne straordinarie)».

Possiamo dire che il suo ruolo da disturbatore si è modificato per dare spazio a uno più riflessivo?

«La sua domanda mi fa pensare che ormai l’unica figura che mi viene riconosciuta sia quella televisiva degli anni ’60 e ’70. Oltre naturalmente a quella del ragionier Fantozzi. Si fidi di me, sono una persona completamente diversa. Lei pensi che io, in realtà, Fantozzi non lo volevo interpretare, ma dopo la rinuncia di Tognazzi e Pozzetto, Rizzoli mi spinse a farlo. Con tutto quello che segue. Ovviamente non mi pento di averlo fatto, solo che mi piacerebbe ogni tanto essere contattato per tutte le altre cose che ho fatto».

Scrittore, giornalista, uomo impegnato in politica. Una vita spesa bene?

«Se la mia vita può dirsi spesa bene, lo devo ai libri, ai viaggi e alle conoscenze casuali e non, tutte cose che hanno trasformato questo genovese in una persona più consapevole, più cosciente del suo presente. Anche se poi il conto non torna. La mia pigrizia si è rivelata una brutta bestia, mi ha fregato nel profondo, facendomi vedere le cose in una prospettiva distorta, ma quando stai in certo ambiente, la pigrizia è il male minore».

Un ambiente divorato dall’ignoranza, immagino.

«Immagina bene. Ormai questo vecchio mondo non ha più fiducia nella cultura, e ad approfittarsene è l’altro mondo, quello dello spettacolo. Ovviamente, i veri colpevoli siamo noi, che preferiamo usare la televisione/cinema come una pattumiera, invece che come un mezzo di comunicazione. Tutte sofisticherie inutili, anch’io nel mio piccolo ho contribuito a tutto questo. Soltanto che nel mio caso, ho sempre cercato di dare un po’ di dignità alle cose che facevo».

Che cos’è la comicità per Paolo Villaggio?

«Banalmente le rispondo Stanlio e Ollio, Jerry Lewis, Massimo Boldi. Tre nomi per farti capire il mio metro di giudizio. Semmai, la cosa più difficile da spiegare è come mai l’Italia non ami più la comicità. E non apro bocca per sentito dire, parlo per esperienza diretta. I miei premi li ho dovuti sudare con film d’autore, ovviamente nel genere drammatico. Quando facevo Fantozzi, la critica preferiva girarsi dall’altra parte, invece che ammirare un prodotto ben fatto e interpretato in maniera professionale. Evidentemente i critici non amano ridere, ma soltanto piangere per i dispiaceri del mondo. Hanno una perla come Massimo Boldi, e ne parlano in termini di deriva trash. Che ci vuol fare, in Italia va così».

Adesso, che cosa le piacerebbe fare al cinema?

«Il cinema non lo faccio più da molto tempo. Ogni tanto, mi concedo qualche partecipazione gratuita per amicizia. E devo dire che mi diverto ancora discretamente. Ma adesso, la professione che mi si addice di più è quella dello scrittore. Sono ritornato a scrivere per l’“Unità”, e ogni tanto per distrarmi scribacchio qualche libro».

Quale esigenza l’ha portata a scrivere “Storia della libertà di pensiero” (2008) e “Storie di donne straordinarie” (2009)?

«Nessuna esigenza. Scrivere è un modo per tenersi in vita, per mantenersi vitali, creativi. Qualcuno si diverte facendo sport, io scrivendo. I libri che ha citato li ho scritti per mestiere, il talento creativo, purtroppo, l’ho riversato tutto nei miei primi libri su Fantozzi. Quelli sì che erano originali e ben scritti. I miei ultimi libri sono diversi, non brutti, ma riferibili a un altro ciclo della mia vita. L’intento di questi libri è divertire, dissacrare, smitizzare balle a volte mostruose. Senza, però, nessuna presunzione o velleità artistica».

Ci dobbiamo aspettare un’altra sua performance teatrale?

«Spero proprio di no. Non faccio più teatro, e neanche ci vado più da spettatore. Andavo a vedere Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e altri amici, solo per amicizia. Adesso che sono morti non ho più scuse per andarci. E poi, sa una cosa? Quelli del teatro odiano quelli che fanno il cinema e viceversa».

È contento del premio nazionale alla carriera conferitole da Vigevano?

«È una bella soddisfazione. Soprattutto perché vengo finalmente riconosciuto non come comico, ma come scrittore. Un grazie a Vigevano».

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