Ci vuole una barriera contro: contro la corruzione, le collusioni, il lassismo, il menefreghismo, contro le ingiustizie, contro l’ignoranza, la superficialità, contro il revisionismo storico

L’hai notato? Hamnet – La gioia – Il filo del ricatto

In apertura del mese di marzo, Pubblichiamo il secondo numero di “L’HAI NOTATO? – La rubrica che ti aggiorna su quali film sono in uscita e sul perchè non dovresti lasciarteli scappare

Gli articoli della rubrica usciranno con cadenza mensile, per presentarci tre titoli selezionati, che arriveranno presto sul grande schermo del nostro Cinema Odeon.
Quali film vedere prossimamente al cinema? Ecco le nostre idee per le proiezioni: Premi Oscar e titoli attesissimi, ma soprattutto sorprese inaspettate, film indipendenti e grandi autori che meritano un’attenzione particolare.

HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO
C’è un momento rivelatore e sconvolgente in Hamnet, che sembra intrappolare per un istante non solo il trapasso del bimbetto eponimo, ma anche il senso più profondo di un’opera costantemente in bilico tra la magia della vita e l’immanenza della morte: nel chiaroscuro di una foresta dipinta sullo sfondo si muove quest’anima innocente, confusa, in bilico appunto tra il restare e l’andare via per sempre. Superando la tediosa questione della presunta veridicità (o meno) delle infinite e mai complete fonti bibliografiche relative agli aspetti biografici di William Shaskespeare (i figli comunque quelli erano, e Hamnet morì davvero a 11 anni) è impossibile non lasciarsi sopraffare da un film come questo, dal quale è proibitivo tentare qualsiasi tipo di fuga: Chloé Zhao mischia etereo e materico, lirismo e respingente, trovando nelle performance dei suoi due protagonisti, Jessie Buckley e Paul Mescal, la forza prorompente del mélo tragico e sanguigno. Che regala momenti altissimi (la sepoltura del falco, il gioco di scambi tra i gemelli, l’incrocio di sguardi nel finale) e innumerevoli spunti, tanto da farne forse l’opera cinematografica più interessante – e sono tante, forse troppe – incentrata sul più grande drammaturgo della cultura occidentale (e se Shakespeare in Love vinse 7 Oscar questo dovrebbe portarsene a casa almeno il doppio). Un istante dove forse, ancora una volta, proprio come ha fatto il piccolo Hamnet con il suo sacrificio fraterno, si può pensare per un attimo di ingannare la morte. O scendere a patti con essa.
“Il resto è silenzio”.

LA GIOIA
Com’è normale che sia molti aspetti di quella vicenda non trovano corrispondenza “reale” nella trasposizione finzionale, come pure è altrettanto lampante lo scandaglio messo in atto per costruire un “contesto” entro cui far muovere personaggi destinati ad un baratro dal quale sarà impossibile riemergere: la sensazione, dunque, è quella di trovarsi di fronte ad un’opera che non abbia intenzione di giustificare quanto accaduto, ci mancherebbe altro, ma che tenti la strada di “comprendere” cosa possa muovere gli esseri umani in direzioni così aberranti.
Vien da sé allora che per buona parte del racconto il protagonista assoluto della vicenda sia il ragazzo interpretato da Saul Nanni – convincente quando si tratta di rimanere sospeso in quell’ambigua fluidità – salvo poi spostare l’asse e la messa a fuoco sulla Gioia di Valeria Golino, attrice già diretta da Gelormini nel film precedente, regista con la quale ha condiviso la direzione della serie L’arte della gioia: imbruttita e imbolsita, contraltare archetipico della mamma naturale del ragazzo, una Jasmine Trinca spregiudicata e fatale, incarna l’ingenuità e la compostezza di una suora laica chiamata quasi a scoprire i battiti del proprio cuore fuori tempo massimo. Perché in fondo, proprio di questo si tratta: di un film che tenta di intercettare le derive impensabili che possono prendere il desiderio di accettazione (da parte del ragazzo, tecnicamente un orfano “governato” da due adulti senza alcuna morale) e la fiamma di un primo amore (quello di Gioia) così inatteso e dirompente.

IL FILO DEL RICATTO
Uno dei temi del nostro tempo è come trovare un collegamento tra immagini (ormai un flusso continuo) e realtà. La finzione consente di manipolare gli eventi, nel bene e nel male. La chiave è però saper sviluppare uno sguardo non retorico, che consenta di soffermarsi sul particolare per poi allargare l’orizzonte. Un esempio è sempre stato quello di raccontare il passato per riflettere sul presente. In questo il regista Gus Van Sant è maestro. Quello di Van Sant è un cinema controcorrente, che non accetta compromessi. Forse anche per questo ci sono state difficoltà durante la fase produttiva. Dead Man’s Wire è un ulteriore tassello di un talento che spazia su molte venature. Ha sempre una vena intimista (come anche nel suo ultimo Don’t Worry), ma sa come infondere speranza (Scoprendo Forrester). I suoi personaggi sono belli e dannati, o demoni in cerca di redenzione. Ancora una volta Van Sant mette in scena una storia “nera” in cui gli stilemi del genere servono per trovare un equilibrio tra l’intrattenimento e la cronaca. Un film forte, sincero.