Ci vuole una barriera contro: contro la corruzione, le collusioni, il lassismo, il menefreghismo, contro le ingiustizie, contro l’ignoranza, la superficialità, contro il revisionismo storico

L’hai notato? Bus 47 – …Che Dio perdona a tutti – Mio fratello è un vichingo

Nel mese di aprile eccoci al terzo numero di “L’HAI NOTATO? – La rubrica che ti aggiorna su quali film sono in uscita e sul perchè non dovresti lasciarteli scappare

Gli articoli della rubrica usciranno con cadenza mensile, per presentarci tre titoli selezionati, che sono in uscita o di uscita recente sul grande schermo.
Quali film vedere prossimamente al cinema? Ecco le nostre idee per le proiezioni: Premi Oscar e titoli attesissimi, ma soprattutto sorprese inaspettate, film indipendenti e grandi autori che meritano un’attenzione particolare.

BUS 47
Bus 47 è il film con cui il regista spagnolo Marcel Barrena torna al cinema sociale partendo da una storia vera: quella di Manolo Vital, autista di autobus e figura simbolo del quartiere popolare di Torre Baró, alla periferia di Barcellona. Negli anni Settanta, mentre la città si trasforma e molti quartieri restano esclusi dai servizi essenziali, gli abitanti di Torre Baró vivono ancora senza collegamenti adeguati al centro. Manolo, comunista figlio di un militante ucciso dai falangisti e costruttore in prima persona delle baracche che diventeranno il quartiere, non accetta che la sua comunità venga trattata come cittadinanza di serie B. Bus 47, tratto da una storia vera, getta delle solide basi per riflettere e raccontare un tema che ancora oggi è centrale, ovvero la vivibilità di una periferia e la marginalità di una comunità che legittimamente può sentirtisi esclusa e quindi reclamare i propri diritti. Questo racconto – prima di tutto col cambiamento nel tempo – di Torre Baró infatti funge bene da pretesto per approfondire un’esplorazione della complessa dimensione collettiva soprattutto in relazione al contesto prettamente “urbano” e di sviluppo sociale. È proprio nel dialogo/contrasto tra il mondo marginale di Manolo e sua figlia Joana e Barcellona che affiora questa dialettica. Uno scontro continuo, e apparentemente inconciliabile.

… CHE DIO PERDONA A TUTTI
Ecco, forse l’ultimo film di Pif Che Dio perdona a tutti (dal suo omonimo romanzo del 2018), tra dolci e sbandate di fede, non è tanto lontano dagli equivoci verdoniani e dei tipi romani spassosi. Il suo Arturo è un agente immobiliare di fantozziana memoria, goffo e sfiduciato, né particolarmente fascinoso o brillante, “nu pinnuluni” come lo chiama il suo capo. È il decimo per il calcetto fatto persona, che senza troppe storie si infila i guantoni e va verso la porta per restarvi tutta la partita. Ma ha un talento l’Arturo di Pif, che sarà anche la sua fortuna: ama e conosce i dolci come le sue tasche, li guarda ammaliato durante i suoi vlog verticali pregustandoli in ogni minimo fotogramma. Quando allora incontra la bellissima pasticcera Flora la vita di Arturo si illumina di una nuova luce. Ma a dividerli c’è solo un in-trascurabile dettaglio: Flora è una fervente cattolica e pur di non perderla il protagonista fingerà di credere in Dio, quel Dio che non prega ormai da quarant’anni, forse dalla “preistorica” semifinale mondiale dell’82’ Italia-Brasile…Dal romanzo umoristico alla commedia, la quarta regia di Pif è un’altra prova da autore brillante – lui sì, al contrario del suo Arturo – che come pochi altri riesce a profanare (mai così letteralmente) il dramma sociale di un’ironia senza eroi o maestri. Ultimamente stiamo assistendo a un fenomeno di risveglio della riflessione sull’argomento della fede e della religiosità nella narrazione di un certo cinema d’autore europeo. Dal romanzo di Pif è venuto fuori un film leggero, divertente, che emoziona e fa riflettere, scaturito dalla creatività di un agnostico, ma originata dalla massima autorità dei cattolici: un Papa. “Chi ha sbagliato strada? La pecorella smarita o le altre novantanove?”: è la domanda che apre il film ed è una delle sue chiavi di lettura più importanti.

MIO FRATELLO È UN VICHINGO
Dopo 15 anni di carcere, Anker torna in libertà con un solo obiettivo: ritrovare il bottino nascosto. Peccato che l’unico a sapere dove si trovi sia suo fratello Manfred, che nel frattempo ha sviluppato un disturbo mentale… Quella di Mads Mikkelsen è una caccia al tesoro che sfocia nella dark comedy, è come se Rain Man prendesse strade inaspettate, invece di concentrarsi sull’on the road canonico, del corpo e dell’anima. L’incipit è simile, i protagonisti sono due fratelli. Dopo una rapina, uno finisce in prigione per quindici anni, l’altro seppellisce il malloppo. Dove saranno i soldi? La vicenda sviluppa risvolti sorprendenti. La regola vorrebbe che il viaggio fosse alla scoperta di sé stessi, ma qui il focus è diverso, senza comunque snaturare il genere. Lo sguardo è esterno: quale immagine hanno gli altri di noi? E soprattutto quanto influiscono i giudizi che riceviamo sulla nostra personalità? Jensen risponde con una favola nera dalle sfumature pirotecniche. Mikkelsen risulta irresistibile e la strana coppia funziona. La sfida è ribaltare gli stereotipi. The Last Viking si immerge anche nell’animazione, emoziona, non fa la morale, e invita ad ampliare gli orizzonti. Si schiera contro l’individualismo imperante, e abbraccia chi si sente ai margini, concedendo una seconda possibilità. 

fonti: cinematografo.it / sentieriselvaggi.it / moviesinspired.it /