Arrestata la moglie dell’assessore Giancarlo Abelli

AbelliLa guardia di finanza di Milano ha arrestato con l’accusa di riciclaggio Rosanna Gariboldi, moglie del parlamentare del Pdl, Giancarlo Abelli, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dai pm Laura Pedio e Gaetano Ruta.
Con la stessa accusa, sono state arrestate altre tre persone, tra cui l’imprenditore Giuseppe Grossi che, alla guida della società “Sadi”, era considerato il “re delle bonifiche”. La signora Abelli è accusata di aver ricevuto soldi da conti esteri a Montecarlo “schermati” dell’imprenditore Grossi.

LE ACCUSERosanna Gariboldi, moglie di Abelli, è accusata di aver ricevuto soldi da conti esteri a Montecarlo “schermati” di Grossi. Nei mesi scorsi, la procura aveva avviato una rogatoria in terra monegasca sul conto dell’assessore. Gli inquirenti avevano individuato un conto corrente a Montecarlo dal quale, nel luglio del 2007, era partito un bonifico su un deposito svizzero gestito da un fiduciario di Grossi per 500.000 euro. Poi, in due tranche, nel marzo e nell’ottobre del 2008, sul conto monegasco erano arrivati complessivamente 632.000 euro da conti esteri «schermati» che per l’accusa facevano riferimento a Grossi. Rosanna Gariboldi aveva dichiarato che le somme non erano altro che la restituzione di un prestito fatto a Grossi, «un amico». Quest’ultimo è indagato dal febbraio scorso quando appunto due suoi collaboratori, gli ex appartenenti alla Guardia di Finanza, Giuseppe Anastasi e Paolo Paqualetti, e l’avvocato svizzero Fabrizio Pessina, erano stati arrestati con l’accusa di aver riciclato all’estero per conto di Grossi 22 milioni di euro sovrafatturati nei costi di bonifica dell’area Santa Giulia.

Giancarlo Abelli, il Deus ex machina della destra Pavese e Vigevanese: ecco chi è

Assessore regionale in Lombardia. Politico pavese, passato dalla Dc a Forza Italia, e manager della sanità lombarda. Ancor prima di Mani pulite, quando era democristiano, Abelli fu arrestato e processato. Assolto, tornò alla politica. E fu chiamato dal presidente della Regione, Roberto Formigoni, come consigliere per la sanità. Abelli era contemporaneamente amico e consulente anche del professor Giuseppe Poggi Longostrevi, organizzatore di una colossale truffa (almeno 60 miliardi sottratti alla Regione Lombardia), che ha coinvolto centinaia di medici i quali stilavano ricette false o per prestazioni gonfiate o inutili. Formigoni ha tenuto al suo fianco Abelli anche dopo il suo coinvolgimento nello scandalo delle ricette d’oro di Poggi Longostrevi. Anzi, nel maggio 2000 da consulente lo ha fatto diventare assessore (alle Politiche sociali: la Sanità era già saldamente nelle mani di Carlo Borsani, An, un altro politico che da anni sta in quel posto, periodicamente battuto dagli scandali, ma non si accorge di niente).

Abelli viene rinviato a giudizio il 24 maggio 2000, proprio il giorno in cui insieme a tutti gli altri assessori della nuova giunta formigoniana presta il suo “giuramento alla Lombardia e al suo popolo” (una concessione alla Lega passata a sostenere l’ex nemico Formigoni). Viene processato per aver fatto false fatture per oltre 70 milioni di lire ricevuti tra il 1996 e il 1997 da Poggi Longostrevi, che, prima di togliersi la vita, li aveva spiegati così: “Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto”. E poi aveva aggiunto: “Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore”.

La sentenza arriva nel 2003: Abelli è assolto dall’accusa di frode fiscale, perché la nuova legge fiscale stabilisce che le fatture false siano punite solo nel caso vi sia “il dolo specifico di far evadere le tasse”: e Abelli alle tasse non pensava neppure, quando intascava i soldi di Poggi Longostrevi. Le motivazioni della sentenza affermano però che Abelli ha intascato 72.800.000 lire per una consulenza non effettiva. Ha insomma preso quei soldi per chiudere gli occhi sulla corruzione: “la consulenza mascherava un versamento in denaro al politico per guadagnarne i favori”, stabilisce la sentenza. Che cita Longostrevi: “Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione”. Dopo la sentenza, Abelli resta tranquillamente al suo posto.

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