29 gennaio 2024. I volontari della Mezzaluna Rossa ricevono una chiamata di emergenza. Una bambina di 6 anni è intrappolata in un’auto sotto il fuoco di una sparatoria a Gaza e implora di essere soccorsa. Mentre cercano di mantenere il contatto con lei, fanno tutto il possibile per farle arrivare un’ambulanza. Il suo nome era Hind Rajab.
Regia: Kaouther Ben Hania
Attori: Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel
Sceneggiatura: Kaouther Ben Hania
Scenografia: Bassem Marzouk
Altri titoli: The Voice of Hind Rajab
Durata: 89
Paese: Tunisia, Francia
Produzione: NADIM CHEIKHROUHA, ODESSA RAE, JAMES WILSON
Distribuzione: I WONDER PICTURES
È tutto nel tiolo, La voce di Hind Rajab. La voce, appunto, di una bambina palestinese di cinque anni, residente nella Striscia di Gaza, uccisa dall’esercito israeliano durante l’invasione di Gaza insieme ad altri sei membri della sua famiglia e due paramedici accorsi in suo aiuto. La voce vera, appunto, come ci informa un cartello in apertura del film di Kaouther ben Hania, Gran Premio della Giuria a Venezia 82. Non c’è trucco mascherato né ricatto emotivo: un evento reale, avvenuto il 29 gennaio 2024, viene restituito attraverso una “drammatizzazione” che fa dialogare il cinema del reale con quello politico, il melodramma con la cronaca, il teatro di guerra con la guerra in diretta. I volontari della Mezzaluna Rossa, che all’inizio del film ricevono la chiamata d’emergenza della bambina, sono interpretati da attori e attrici, ma gli smartphone che testimoniano il precipitare degli eventi riportano le immagini riprese proprio in quel giorno, così come sono vere le foto dei paramedici rimasti uccisi mentre raggiungevano con l’ambulanza l’auto dov’era bloccata Hind. Ben Hania innesta il reale nella finzione innescando non solo un evidente shock emotivo e, va da sé, una denuncia in linea con quella di Elsa Morante sull’eterno “scandalo” della Storia che dura “diecimila anni”, con i bambini quali vittime designate delle guerre, dei massacri, delle torture inflitte dal potere. Lo fa mettendo alla prova la tenuta del cast e la sospensione del pubblico, senza ricorrere alle marche tipiche del reportage al fronte – non ne ha le intenzioni – o del servizio giornalistico – una tipologia diversa di narrazione – ma facendo leva su elementi empatici di precisa retorica: la claustrofobia montante della centrale operativa, l’impotenza di fronte a una tragedia annunciata, la rabbia contro il mondo che si riflette in crolli psichici.
